Le parole chiave dell’innovazione sociale nelle Marche

Versare la farina su un piano di legno, aggiungere le uova e mescolare con la forchetta. Una volta che la parte liquida è stata assorbita, iniziare ad impastare con le mani. Lavorare l’impasto per pochi minuti in maniera energica, tirandolo in tutte le direzioni ma facendo attenzione a non stracciarlo. L’impasto deve risultare liscio ed elastico.

È la ricetta della pasta fresca all’uovo, e forse è la ricetta anche dell’innovazione sociale. O, almeno, una delle sue componenti più importanti. Lo abbiamo scoperto, ri-scoperto, il 15 dicembre 2017 a Warehouse Coworking Factory, per bocca di Flaviano Zandonai, ospite dell’evento “Fare innovazione sociale. Concetti, metodi, pratiche”.

L’evento, organizzato con la collaborazione di Labirinto Coop. Sociale, ha rappresentato un momento seminale per il rilancio di un percorso di sviluppo territoriale che metta al centro l’innovazione sociale nelle Marche. WCF si qualifica come snodo di processi e progetti che consentano di trasformare questa visione in pratica.

Durante l’evento, attori territoriali di diversi settori – enti pubblici, enti del terzo settore, imprese culturali – hanno dialogato con ospiti di caratura nazionale – Flaviano Zandonai e Letizia Piangerelli – e con tre pratiche innovative presentate dai rispettivi presidenti: Domenico Pedroni del Castello di Padernello (BS), Cesare Baldeschi della cooperativa De Rerum Natura di Cagli (PU) e Riccardo Loss dello SmartLab di Rovereto (TN).

Questo articolo riporta i risultati di questo proficuo dialogo per parole chiave. Un dialogo che nasce in questo angolo di Marche ma crediamo possa interessare tutti, e far crescere la conoscenza condivisa delle comunità di persone che, da diversi punti di vista, si interessano di innovazione sociale.

Amalgama

E qui torniamo all’inizio. Che l’innovazione sociale avesse a che fare con la messa in rete concreta di soggetti di diversi settori per una reale attività di co-progettazione in grado di produrre valore per le comunità, lo avevamo capito da un pezzo.

Ma forse ci mancava una parola che definisse questo processo in modo efficace e comprensibile ai più. Ce l’ha regalata Flaviano Zandonai nel suo intervento, ed è amalgama. Amalgamare persone, organizzazioni, interessi, approcci, obiettivi, risultati attesi per arrivare a benefici per tutta la comunità. Per arrivare a un impasto ottimale, liscio ed elastico, sodo ma non duro, che consenta a tutti di leccarsi i baffi davanti a un piatto di tagliatelle mangiato insieme.

Quanto è difficile questo lavoro di amalgama! E quanto spesso lo si fa in modo superficiale, solo per interessi di breve periodo, un progetto da presentare al volo per cui ci serve una rete, un’azione congiunta a scapito di qualcun altro. L’amalgama ha bisogno di tempi lunghi – non lunghissimi, altrimenti l’impasto si indurisce troppo – e persone tenaci, con le mani energiche ma non aggressive, altrimenti l’impasto si sfilaccia.

L’amalgama non si fa da sé, ma ha bisogno di persone, di un lavoro dedicato, di spazi e di tempi. A WCF abbiamo persone che di mestiere “fanno amalgama” tutti i giorni, tra le diverse professionalità, storie e ambizioni di chi frequenta la community, trovando le combinazioni migliori per sviluppare progetti innovativi. Un’esperienza che mettiamo al servizio del territorio, per un amalgama certamente più complesso ma anche più fruttuoso, che permetta di fare davvero innovazione sociale nelle Marche.

Facciamo l’impresa?

È necessario costituire un’impresa per fare innovazione sociale? Si chiede Zandonai e noi con lui. Non lo è, per progettare e realizzare un processo innovativo. A volte può anche essere un impiccio, a volte un flash team, un team di singoli che mettono insieme diverse idee e competenze senza acquisire forma giuridica, può essere più efficace e più innovativo, grazie anche al ruolo delle tecnologie della comunicazione.

Lo sappiamo bene a WCF, dove flash team più o meno duraturi si costituiscono e sciolgono e ricombinano continuamente per lavorare a progetti specifici. È una modalità efficace, soprattutto in spazi di coworking dove i membri del team già si conoscono e hanno un accesso diretto alle conoscenze dell’altro.

Certo, un’impresa è un soggetto formalizzato, che dà continuità, si relaziona in maniera più strutturata con la società e le istituzioni, può generare ulteriori processi nel tempo e nello spazio.

Ma prima si fa il progetto poi, casomai, l’impresa, come testimonia Domenico Pedroni. L’importante è fare, fare come cittadini, avere un’idea creativa e un progetto sostenibile, si comincia a fare e da lì il percorso si fa da sé, compresa la possibilità di diventare un’impresa anche in senso formale.

Quale ruolo per la Pubblica Amministrazione?

La pubblica amministrazione deve esserci, ma facendo un passo di lato, dice Letizia Piangerelli. Non porsi più come decisore dall’alto, ma come accompagnatore di processi in cui accetta di non avere il controllo totale.

Il nuovo ruolo comporta l’atto deliberato e coraggioso di far scegliere dal basso cosa è innovativo e cosa è più vicino ai bisogni degli attori. Come? Ad esempio mettendo in discussione la pratica del bando, almeno come è spesso concepito, ossia uno strumento che distribuisce risorse secondo esigenze e priorità identificate dall’alto. Avviare invece processi di co-progettazione dei bandi con gli attori, in cui la progettazione è svolta a livello sistemico prima del bando più che disperdersi in mille rivoli dopo il bando.

Ancora, attraverso il cosidetto crowdfunding civico, in cui una pubblica amministrazione mette a disposizione una cifra a supporto di progetti che risultano in grado di raccogliere almeno una percentuale del loro costo dalla cittadinanza attraverso il crowdfunding. In pratica come un bando, ma con i cittadini a decidere quale progetto interessa di più e la PA ad adeguarsi a questa decisione dal basso.

È successo a Milano, e succede anche in realtà più piccole. Succederà anche nelle Marche?

Innovazione organizzativa

Come si può pensare che organizzazioni e operatori abituati a lavorare e relazionarsi in certi modi imparino le competenze necessarie per promuovere e supportare i processi innovativi?

Occorre un lavoro consapevole di innovazione delle organizzazioni, condividono i partecipanti al dibattito. Come? Attraverso la formazione, ad esempio. Occorre individuare contenuti formativi che mettano i lavoratori delle organizzazioni nelle condizioni di comprendere i nuovi processi e poter rispondere al meglio.

Ancora, attraverso la diffusione di nuovi modelli gestionali, di tecnologie, della valutazione, della consapevolezza dell’impatto sociale.

Temi che WCF segue da vicino, anche nella pratica, con una gestione delle attività orizzontale e una proposta formativa interna ma aperta al pubblico, che cerca di diffondere competenze utili a rendere più innovativo il sistema.

Professione innovatore sociale?

No, grazie. Rispondono in coro Letizia Piangerelli e Flaviano Zandonai. La figura professionale dell’innovatore sociale soffoca l’innovazione, relegandola a professionisti che inevitabilmente istituzionalizzano il loro modo di agire e produrre nuovi processi.

C’è invece un elemento di libertà alla base dell’innovazione sociale, che deve poter arrivare da dovunque e da chiunque, in forma disorganica, casuale, estemporanea, non contemplata.

I professionisti possono intervenire a supporto della nascita e della crescita dei processi innovativi, creando un terreno fertile per lo sviluppo. Esperti di progettazione, in grado di mettere in progetto un’idea per la raccolta di finanziamenti, facilitatori di processi partecipativi, capaci di gestire al meglio la partecipazione dei cittadini a percorsi che possono generare innovazione sociale, esperti di comunicazione in grado di diffondere un’idea e farla arrivare alle persone giuste usando i canali più adeguati.

Non è a queste figure tecniche che dobbiamo aggrapparci comunque per attivare processi di innovazione sociale, ma a figure civiche intramontabili: il politico, l’impiegato pubblico, il cittadino. Sono questi i tre ruoli che, secondo Piangerelli, se interpretati al meglio nel loro senso più alto diventano decisivi per lo sviluppo dell’innovazione sociale.

In questo senso il più grande ostacolo dell’innovazione non è l’ostilità ma l’indifferenza. L’ostilità – di politici, impiegati pubblici, cittadini – è una componente del percorso di innovazione sociale e a suo modo è una forma di partecipazione che si supera se c’è una capacità di attivarsi per l’innovazione da parte di altrettanti politici, impiegati, cittadini.

Confini aperti

Il rischio dell’autoreferenzialità tra chi si interessa di innovazione sociale, tra chi dice di essere interessato all’innovazione sociale, è alto. Il rischio di intendere l’innovazione della governance solo come un tavolo di lavoro in più, magari più aperto, magari più partecipato, magari dove mettere finalmente insieme rappresentanti di enti pubblici, imprese profit, enti non profit di diversi settori.

È qualcosa, certo, ma non è abbastanza. L’innovazione sociale è radicale. Deve saper accogliere anche il contributo dei cani sciolti, dei maverick come li ha definiti Zandonai, di coloro che sono fuori dalle logiche del sistema, non sono etichettabili in un settore o in un’organizzazione, e dare loro uno spazio non solo di parola ma anche di co-decisione.

Lo sa bene chi si occupa di politiche giovanili – Riccardo Loss, ad esempio – ambito in cui la capacità di includere i giovani, singoli o gruppi, senza pensare alle appartenenze e renderli protagonisti di processi decisionali anche rischiosi è decisiva per promuovere esperienze davvero innovative. I giovani insegnano ad esempio che i desideri possono essere più importanti dei bisogni, e questo ed altri insegnamenti possono essere fatti propri da tutti gli ambiti di co-progettazione.

Una fascia giovanile che WCF intercetta con le sue diverse proposte, e con il suo ambiente creativo che attrae giovani locali oppure viandanti. Un contatto, quello con i più giovani, che porta sempre idee fresche nella community, e che rende WCF un’antenna sui bisogni, i desideri, le difficoltà dei giovani, rispetto al mondo del lavoro ma non solo.

Un’antenna che recepisce ma che può anche trasmettere, interfacciandosi con enti pubblici e enti del terzo settore che sono interessati a sviluppare risposte, innovative se serve, alle problematiche dei giovani nelle Marche.

Valutazione

In assenza di visioni del mondo condivise o contrapposte a guidare l’azione, possiamo elaborare scenari alternativi secondo logiche pragmatiche. Qui si innesta l’importanza della valutazione per l’innovazione sociale, ricorda Zandonai.

Valutare l’impatto sociale non deve essere solo un’espressione di moda ma una preoccupazione di chi innesca processi di innovazione sociale. Questi processi portano ai risultati attesi? Ne portano di inattesi? Sono effettivamente più efficaci dei processi tradizionali? Che beneficio portano ai diversi stakeholder e alla comunità nel suo complesso?

Sono domande che abbiamo sentito tante volte e che rischiano di diventare retorica. Eppure sono domande fondamentali, a cui bisogna cercare risposte serie, perché l’innovazione sociale si nutre (anche) di valutazione.

Bisogna che in qualche modo ci diciamo se le tagliatelle sono buone o no, alla fine. Per capire se abbiamo sbagliato amalgama, o gli ingredienti erano di scarsa qualità, o avevamo strumenti inadeguati, o forse noi non avevamo abbastanza conoscenze e competenze. Altrimenti continueremo a mangiare male